Il Safari Umano: i ricchi che pagavano per sparare ai civili di Sarajevo
Quanto costava uccidere un bambino?

Il caso
Nel 1991, con il crollo della Jugoslavia, Slovenia e Croazia dichiarano la propria indipendenza. La Bosnia ed Erzegovina tenta di seguire la stessa strada: nel 1992 si tiene un referendum. Il Sì all’indipendenza vince, ma i serbi di Bosnia, appoggiati direttamente dalla Serbia di Slobodan Milošević, rifiutano l’esito e iniziano a prepararsi alla guerra. Nell’aprile del 1992 il conflitto esplode. Le truppe serbo-bosniache occupano città, villaggi, montagne e soprattutto i colli strategici: punti ideali per i cecchini. Sarajevo viene accerchiata: inizia l’assedio che durerà 1.425 giorni, il più lungo d’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sulle colline vengono posizionati tiratori scelti. Colpiscono chiunque entri nel mirino: uomini, donne, bambini, anziani, militari o civili. Attraversare una strada, prendere acqua, portare il pane a casa: ogni gesto quotidiano diventa letale.
Il caso dei “turisti-cecchini”
A oltre trent’anni dai fatti, un nuovo elemento sconvolge il passato della guerra bosniaca. Il giornalista italiano Ezio Gavazzeni ha presentato una denuncia formale riguardo a un fenomeno che definisce “turismo del cecchino”. Secondo informazioni recenti, testimonianze e documenti d’intelligence, durante l’assedio di Sarajevo un gruppo ristretto di persone facoltose, appartenenti all’alta borghesia europea, probabilmente anche italiani (in particolare milanesi) avrebbe visitato i territori in guerra, pagato i militari serbo-bosniaci e ottenuto la possibilità di sparare a civili indifesi dalle colline attorno a Sarajevo.
Un caso emblematico di ricchi annoiati, abituati al privilegio e alla sensazione di impunità, che nel caos della guerra avrebbero cercato “adrenalina” attraverso atti disumani. La Procura di Milano è oggi l’unica in Europa ad aver aperto un’indagine formale sulla vicenda.
Gli investigatori sottolineano che episodi simili erano stati già segnalati in altre guerre, specialmente in Africa: come in Mozambico e in Angola, dove mercenari e miliziani offrivano ai ricchi occidentali l’opportunità di “vivere la guerra” pagando per partecipare ai combattimenti.
La Bosnia rappresenterebbe però il primo caso documentato in Europa.
Come funzionava il “safari umano”
Le ricostruzioni attuali mostrano un sistema perverso, strutturato e sorprendentemente organizzato.
I partecipanti venivano prima istruiti dai miliziani serbi: brevi sessioni al tiro, spiegazioni sulle distanze, come respirare e mirare. Non era improvvisazione: era un “servizio” pensato per non far sprecare il colpo.
I turisti venivano portati su punti strategici delle colline attorno a Sarajevo:
Grbavica
Trebević
Vraca
Ilidža
Punti noti per essere basi operative dei cecchini della VRS, con visuali perfette su strade e quartieri densamente popolati.
Il pagamento avveniva esclusivamente in: contanti, oro, gioielli e orologi di lusso. Metodo ideale per non lasciare tracce e rendere ogni ricostruzione successiva quasi impossibile.
Il “listino dei prezzi”
Le testimonianze parlano di una scala disumana:
Bambini: i più “costosi”, considerati bersagli “difficili”
Donne: prezzo inferiore
Anziani: praticamente gratis
Uomini in divisa: caro, ma variabile
Il prezzo complessivo per l’esperienza sarebbe equivalente a 80.000–100.000 euro in valori odierni.
Non era un’attività improvvisata: secondo i documenti raccolti, esisteva una rete composta da: Autisti locali, miliziani intermediari, ex soldati incaricati di accompagnare i visitatori, e contatti nelle retrovie che “prenotavano” le postazioni. Un vero e proprio tour operator di morte.
Chi erano?
Secondo le fonti disponibili, tra i partecipanti figurerebbero: italiani (soprattutto dell’alta borghesia milanese), tedeschi, austriaci, francesi, forse uno o due americani. Un gruppo ristretto, elitario, composto da uomini con molto denaro, tempo libero e un profondo vuoto morale.
Una fonte dell’intelligence bosniaca, identificata come E.S., avrebbe informato il SISMI già nel 1993 della presenza di almeno cinque italiani sulle colline. Erano descritti come: “civili ben vestiti”, con telecamere e macchine fotografiche e guidati da miliziani serbo-bosniaci. Una testimonianza del 2007 parlava di turisti che si riprendevano mentre sparavano, come un trofeo da portare a casa. Se questi materiali esistono ancora, rappresentano prove potenzialmente devastanti. Non si parla di centinaia di persone: forse poche decine in tre anni. Ma sufficiente per rendere il fenomeno uno dei più aberranti dell’intero conflitto. La Procura non ha rivelato identità ufficiali.
Sono indagati “ignoti”, ma gli inquirenti stanno lavorando su: liste di imprenditori che viaggiavano nei Balcani negli anni ’90, transiti italiani a Belgrado, vecchie segnalazioni dei servizi. Nel documentario Sarajevo Safari, un ex miliziano parla apertamente di “stranieri che pagavano”, senza citare nazionalità.
Fonti
Oltre alla denuncia di Ezio Gavazzeni e al documentario Sarajevo Safari (che copre circa il 30% delle informazioni), il caso si basa su:
testimonianze militari bosniache,
archivi dei servizi serbo-bosniaci,
ex agenti dell’intelligence che hanno deciso di parlare,
documenti declassificati negli anni 2000,
rapporti ONU che menzionano “stranieri non identificati”.
Alcune delle rivelazioni più forti provengono proprio dall’ex intelligence serba.
Conclusione
Durante la guerra di Bosnia, mentre Sarajevo soffriva il più lungo assedio d’Europa, un gruppo di privilegiati ricchi, annoiati e senza morale, avrebbe pagato per partecipare alla caccia all’uomo.Un fenomeno piccolo ma reale, tornato alla luce grazie alla denuncia italiana e a nuove testimonianze.
Uno degli episodi più grotteschi, disumani e inquietanti dell’intero conflitto balcanico
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